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Santa Lucia

Luci e ombre a Figline

La chiesa cristiana dedica il giorno di oggi a Santa Lucia; la santa viene venerata non solo in tutta l’Italia ma è molto poppare anche in giro per il mondo. Come già il nome implica Santa Lucia si occupa dei nostri occhi perché ci possiamo percepire la luce, e quindi per relazione, anche della fotografia che è la scrittura con la luce. Quindi a lei vorrei dedicare la foto di oggi, peraltro scattata poche ore fa in un angolo del centro storico di Figline.
“Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”, recita il detto popolare. Tutti sappiamo che il tredici di dicembre non è il giorno più corto, ma bensì il ventuno, solstizio d’inverno. Ma screditare un detto popolare è difficile e in fondo neanche necessario. Certo è che anche il giorno tredicesimo di dicembre è parecchio corto e il sole sparisce praticamente già a metà pomeriggio. Ma prima di tramontare fa dei giochi di luci e ombre come quello che sono riuscita a riprendere. Effetti come questi durano pochi minuti e ovviamente accadono solo se la giornata è chiara e piena di sole, quindi bisogna avere la macchina fotografica pronta e trovarsi sul luogo. Addirittura un raggio di luce illumina lo specchio rotondo che riprende alla perfezione il nuovo palazzo comunale con la sua torre invadente e troppo alta per il contesto storico in cui si colloca.

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Coda di rondine

Coda di rondine su fiore di carciofo
Questo post partecipa alla Weekly Photo Challenge: Carefree

Una splendida Coda di rondine (Papilio machaon) si è posato su un carciofo in fiore e si gode il nettare come del resto fa pure un altro insetto. Come è facile vedere si distingue dalla farfalla della foto di ieri perché intanto ha le “code” assai più corte. Inoltre il disegno colorato si estende lungo tutto il bordo delle ali inferiori, mentre nella specie della foto di ieri i colori si concentrano in un cerchio all’inizio delle “code”.
Accontentiamoci del fatto che almeno queste due specie di farfalle veramente notevoli abbiano un nome in italiano che ricalca fedelmente quello tedesco e quello inglese. Come ormai sapete, se seguite il mio blog, la gran moltitudine delle farfalle che volano in Italia non hanno neppure un nome eccetto quello scientifico conferito dagli entomologi.

Manolia jurtina

Farfalla Maniola jurtina su fiore di lavanda
Vi ricordate la farfalla perplessa della foto di ieri? Eccoci una foto che documenta cosa è successo da lì a poco. La farfalla, chiamata Maniola jurtina con nome scientifico, si è abbassata per ispezionare da vicino quale fosse il problema. Aveva lanciato la sua lunga proboscide e si aspettava di succhiare del gustoso nettare, cosa che invece non è successo a giudicare dall’espressione della sua faccia. Ho continuato ad osservala e mi sembra che guardando da vicino i fiori di lavanda abbia capito che ci sono fiorellino freschi e pieni di nettare, mentre altri invece sono appassiti e di nettare non ce n’è più. Infatti è rimasto ancora per qualche minuto sulla stessa pianta di lavanda a succhiare nettare.
Infine è volata via, probabilmente perché aveva esaurito i fiorellino.

Farfalla perplessa

Una farfalla perplessa
Esaminando le foto della giornata sullo schermo del mio Mac mi ha incuriosito in modo particolare questa. Guardate l'espressione della farfalla: sembra proprio perplessa. Non so se le farfalle sono capaci provare sentimenti, ma a giudicare da questa foto sembra proprio di sì.
Per capire bisogna sapere che la bevanda preferita delle farfalle è il nettare dei fiori. Per sorseggiarlo le golosone usano una specie proboscide, ben visibile nella foto. Si tratta di un prolungamento della bocca chiamata spirotromba che inseriscono direttamente nel fiore. Nelle pause tra uno spuntino e l’altro l’ingombrante spirotromba – che in qualche specie può arrivare alla lunghezza del corpo – viene arrotolata sotto alla testa, dove non dà fastidio. Ma questa tapina ha inserito la sua spirotromba in un fiore appassito di lavanda e sicuramente non ha trovato il nettare che si pregustava. Forse si tratta di una farfalla nata da poco e quindi poco esperta? O forse la semplicemente sbagliato mira lanciando la proboscide. Ad ogni modo la foto mi fa sorridere e quindi la condivido qui.
Con l’aiuto del dottissimo forum degli entomologi italiani ho identificato la farfalla di oggi come Maniola jurtina della vasta famiglia delle Farfalle Nobili (Nymphalidae) Gli inglesi la chiamano Meadow Brown. per i tedeschi è un Großes Ochesenauge. Come capita a tante altre farfalle endemiche nella Valdarno anche questa leggiadra creatura non ha un nome italiano.

Occhio di farfalla

Gli occhi composti e antenne di una farfalla
Le farfalle endemiche dell’Italia comprendono circa 300 specie e molti di loro non hanno neppure un nome in italiano. Sembra proprio che agli italiani importa poco di queste creature leggiadre e bellissime.
La testa delle farfalle è molto piccola ed è occupata da un paio di grandi occhi composti. Si chiamano così perché ognuno di questi occhi è costituito da migliaia di piccole lenti esagonali, completo di nervi ottici collegati al cervello. Ogni unità è un piccolo sensore ed è detta ommatidio. Nel loro insieme costituiscono una grande struttura sferica, gli occhi delle farfalle, e permettono a loro di guardare contemporaneamente in ogni direzione. Funzionano un po’ come i pixel di una macchina fotografica. Le farfalle per vedere intorno non hanno bisogno di girare la testa perché a causa delle leggi dell’ottica che governano i loro occhi hanno un campo visivo estremamente vasto. Inoltre vedono benissimo qualunque cosa molto vicina fino a una distanza di circa 200 metri. Vedere oltre a una farfalla non occorre; pensate quanti problemi si risparmiano!
Tra gli occhi sono poste le antenne, costituite da molti piccoli segmenti, anch’esse ben visibile nella foto. Le antenne fungono da organi di senso tattile e chimico.

Il pranzo delle farfalle

Due farfalle si nutrono di susine cadute a terra
A Brollo che è una frazione di Figline Valdarno c’è una fontana naturale frequentatissima dagli abitanti della zona che lì si riforniscono di acqua minerale a gratis. Direttamente sopra la fontana cresce un susino selvatico che ormai ha raggiunto notevoli dimensione e ovviamente in questo periodo è pieno di frutti maturi. Dato che nessuno li raccoglie, i frutti cascano in terra dove formano un dolce tappeto. Molti cascando si spaccano, altri vengono schiacciate dalle persone che si recano a raccogliere l’acqua della fonte.
Questi frutti aperti per terra attirano grandi quantità di farfalle di varie specie che si cibano della polpa delle susine. Predominante tra le farfalle è la specie spettacolare della foto. Il loro nome scientifico è Hipparchia semele, gli inglesi li chiamano “Graylings”, mentre in tedesco si chiamano “Samtfalter”, Farfalle Velluto, nome che descrive alla perfezione la qualità delle loro ali, ali che hanno peraltro la spettacolare apertura di 5 – 7 centimetri. Nel 2005 furono nominati “farfalle dell’anno”, per attirare l’attenzione sul fatto che stanno scomparendo.
In italiano non hanno nome alcuno, come del resto tante altre bestioline e piante, fatto che continua a sorprendermi.
Osservare le Farfalle Velluto è molto divertente. Quando atterrano chiudono le ali così rapidamente che è impossibile fotografare il loro interno. Poi tirano giù, verso l’interno, pure la coppia di ali superiori e in tal modo si mimetizzano parecchio con l’ambiente mentre si cibano. Quando si sento minacciati mandano in sù repentinamente le ali prima nascoste spaventando il presunto nemico gli occhi sulle ali.
È questo il momento per scattare la foto!

Sos api

Un ape entra in un fiore di bignonia
Quando ero alla scuola media il mio nonno mi portò ad ascoltare una conferenza tenuta da Karl von Frisch, celebre per aver per primo studiato e decodificato il linguaggio delle api. Ciò che Karl von Frisch raccontò quella sera, sottolinendolo con diapositive, mi impressionò tanto che da allora mi interesso di queste incredibile creaturine che sono le api. Dacché fotografo, spesso le api sono soggetto delle mie foto. Non intendo solo le api da miele, cioè quelle immediatmente utili all’uomo, ma anche quel vasto numero di api selvatiche, bombi e vespe che come le api svolgono opera di impollinazione, ma a differenza delle api da miele, non ricevono alcun beneficio dall’uomo.
Lavorano per noi indefessamente e vengono ringraziati con cementificazione del territorio che toglie spazio allo sviluppo di piante necessarie a loro, con spargimento di pesticidi che uccidono anche le api, con inquinamento atmosferico che li danneggia. Infatti è noto che in tutto il mondo industrializzato il numero delle api, sia quelle da miele, sia quelle selvatiche sta costantemente diminuendo.
Quest’anno la situazione qui da noi nel Valdarno è veramente tragica: di api ne vedo pochissime rispetto agli anni passati. Certamente la causa di questo brusco calo locale di api è da attribuire anche alle condizioni atmosferiche veramente avverse. Abbiamo avuto un inverno prolungato e piogge frequentissime che hanno pure gravemente compromesse le fioriture.
Tanto più ero felice quando ieri ho visto una mezza dozzina di api ronzare intorno a una rigogliosa pianta di bignonia che cresce su un muro in via Garibaldi. Per rendere l’idea di quanto è grave la scomparsa delle api vi posso dire che lo scorso anno introno a questa pianta le api erano qualcosa come cinquanta o più.